Comuni nei quali non esistono centro di raccolta che possano accogliere rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE); negozi che tengono i contenitori per la raccolta lontani dai flussi dei clienti; poca attenzione alla raccolta di prossimità. In una recente intervista pubblicata sul sito del Centro di coordinamento (CdC) RAEE, Laura D’Aprile, capo dipartimento sviluppo sostenibile del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE), evidenzia le lacune e le inefficienze nel sistema che deve intercettare i RAEE. E parla anche dell’ipotesi di una tassa su quelli non raccolti, e dell’importanza degli investimenti in comunicazione per sensibilizzare cittadine e cittadini sul valore ambientale ma anche strategico della raccolta e del riciclo di questi rifiuti. Ve ne restituiamo qui i passi salienti.
Una tassa sui RAEE non raccolti
L’ipotesi di una tassa sui RAEE non avviati a riciclo di cui si è ragionato in Europa – “una ‘Risorsa propria E-WASTE’, ossia una tassa europea sul mancato raggiungimento degli obiettivi” – secondo Laura D’Aprile rappresenterebbe “un onere economico significativo per il nostro Paese, sottraendo risorse preziose che potrebbero invece essere investite nel potenziamento della filiera stessa”. Onere da scongiurare, quindi, mettendo in campo tutte le risorse possibili, visto che il nostro Paese parte zavorrato: come ricorda la capo dipartimento, infatti, “nel 2021 l’Italia ha raggiunto solo il 33,8% dell’obiettivo di raccolta del 65% previsto dalla Direttiva RAEE”.
Il ritardo infrastrutturale
Sul fronte della dotazione infrastrutturale, essenziale per permettere ai cittadini il corretto e agevole conferimento dei rifiuti elettronici, D’Aprile ricorda il ritardo nell’applicazione dell’accordo del 17 marzo 2025 tra ANCI, CdC RAEE, produttori e imprese della raccolta relativo al periodo 2025-2027. Accordo che, poco meno di un anno fa, prevedeva l’incremento dei fondi destinati allo sviluppo e all’adeguamento dei centri di raccolta comunali. Eppure, fa sapere, “attualmente solo la metà dei Comuni italiani dispone di almeno un centro di raccolta attivo”. E poi, aggiunge, “solo un quarto ha attivato modalità di micro-raccolta”. Ovvio che, incalza, “occorre colmare questo divario territoriale, particolarmente nelle aree del Sud dove le performance sono inferiori alla media nazionale”. I comuni devono “garantire una copertura capillare dei centri di raccolta su tutto il territorio nazionale, […] devono utilizzare gli strumenti previsti dall’accordo per implementare nuovi punti di conferimento, con particolare attenzione alle aree rurali e ai piccoli centri dove l’accessibilità è limitata”.
Continua a leggere questo articolo su Economiacircolare.com e iscriviti alla newsletter per rimanere sempre aggiornato sulle novità!